Due gemelli e la Prof.

A cura di Renata Marini (Renata), mamma di gemelli ed insegnante di francese nella scuola secondaria di primo grado

 

Nella mia carriera di insegnante, mi è capitato qualche volta di avere fra i miei alunni dei gemelli, sempre, curiosamente, monozigoti. Non è ovviamente pensabile, con una casistica così bassa, trarre conclusioni, per esempio sull’opportunità o meno che i gemelli siano inseriti in classi diverse. Quello che mi sento di fare, è parlare di ciò che ho notato vedendoli come alunni, al di fuori del contesto familiare, nel loro approccio al lavoro, nel loro rapportarsi con i compagni.

 

I gemelli monozigoti sono, per un insegnante, una sfida ulteriore al già pesante onere di dovere imparare, in pochi giorni, centinaia di nomi e facce. Loro lo sanno e ti aspettano al varco, pronti a coglierti in fallo ed affermare potentemente che “io non sono lui”. Ma questo è anche un vantaggio di cui sono inconsapevoli: dovendo distinguerli (anche nei corridoi) per interpellarli o richiamarli, l’adulto (il docente, in questo caso) li osserva in tutti i loro atteggiamenti, nel loro modo di gestire il materiale scolastico, la vita di classe, la loro corporeità… e questo con ancora maggiore attenzione rispetto a quanto avviene già con tutti i ragazzi. Questa maggiore attenzione nei loro confronti, mi ha portato spesso ad apprezzare determinate sfumature del carattere, che mi hanno permesso di trovare con loro strategie di motivazione all’apprendimento migliori. Diciamo quindi: 1 a 0 gemelli-singoli!

L’altra osservazione riguarda la delicatezza della fascia d’età di cui mi occupo (11-13 anni). In un’età in cui l’autoaffermazione e la ricerca della propria identità sono fondamentali, questo si avverte prepotentemente con gli studenti  gemelli. Direi anzi, che li rende fondamentalmente diversi dagli altri alunni che, pur volendo diventare “grandi” e quindi affrancarsi dall’immagine “bambinesca” che i genitori (e i professori!) hanno di loro, allo stesso tempo vogliono esser tutti uguali (stessa “divisa”, stesso zaino, stessa musica nelle orecchie…). Nei gemelli che mi è capitato di aver come alunni, questo non avveniva: c’era anzi uno spiccato senso delle ricerca della diversità, dell’unicità a tutti i costi, proprio perché mai, in nessun momento delle loro vita, era stato possibile viverla. I miei alunni gemelli monozigoti, inseriti in una stessa classe, si ignoravano apertamente, facendo comunella con persone diverse, ostentando grafie in generale molto dissimili ed un diverso modo di gestire il materiale scolastico. Anche  nel caso di gemelli inseriti in classi diverse, l’atteggiamento non cambiava sostanzialmente. Quello che invece era molto simile, era l’approccio allo studio, se non nel metodo (che dipende poi dalle attitudini personali e dal carattere), senz’altro nel profitto. I gemelli con i quali ho avuto a che fare erano entrambi o molto bravi, o molto scarsi (e lo dico ovviamente in particolare in riferimento alla mia materia).

La cosa che mi ha sempre colpito, però, è il punto di vista delle mamme durante i colloqui. Mentre fra i docenti e i compagni, era sentito fortemente il bisogno di fare un distinguo ben preciso fra i gemelli, dimenticandosi di fatto della loro condizione di gemellarità (e al limite, paradossalmente, anche di “fratellanza”), la stessa cosa non posso dire per le mamme. Per la mamma (e lo capisco adesso che sono bimamma!) i gemelli sono sempre e comunque “i gemelli”, quelli che hai portato insieme in grembo, che hai partorito nello stesso momento, che ti sei sforzata di tenere in braccio insieme, di allattare contemporaneamente, per non far mancare mai a uno quello che dai all’altro.

Ecco perché, durante i colloqui, non si riesce mai con la mamma a parlare di uno senza che venga citato, per analogia o contrasto, anche l’altro. Nella mente della mamma se l’insegnante riferisce un dettaglio che non coincide con la sua immagine di uno dei figli, ha subito il dubbio che siano stati confusi e non che, semplicemente, i suoi figli, in un contesto extrafamiliare in cui non sono “nella coppia”, possano essere un po’ diversi da come papà e mamma li credevano. Cosa per altro che vale per tutti i ragazzi, anche semplicemente fratelli.

Insomma, nella mia esperienza a scuola, il soggetto principale che tratta i gemelli “da gemelli”, privandoli – anche se inconsciamente -  un po’ della loro unicità di persone, è proprio il genitore. E di questo cercherò di far tesoro quando toccherà a me… stare dall’altra parte della cattedra!